…DAL 1969

DAL 1969…IL BOSCO, UNA FAMIGLIA, LA CUCINA, UN RISTORANT

“Quando i miei figli erano piccoli, facevo un gioco con loro. Gli davo un rametto ciascuno e dicevo loro di spezzarlo. Non era certo un’impresa difficile. Poi gli davo un mazzetto e dicevo di provare con quello. Ovviamente non ci riuscivano. – Quel mazzetto – gli dicevo – quello è la famiglia”.    Una storia vera” di David Lynch.

 

Italo Benito Alfredo Tarantola, nasce il 2 agosto del 1935, a Molinazzo sul Naviglio, nella periferia di Milano. I genitori Amalia e Vittorio avevano un mulino. Nel 1955 con i suoi fratelli Luigi e Carla arrivano ad Appiano Gentile, aprono dapprima un negozio di generi alimentari vicino ai Trii Basei. Io, Marco Ballerini, da piccolo, poiché ero a balia da mia zia Elena e mio zio Mario o Antonio, che abitavano in via Valle andavo spesso in quel negozio. Tutto rigorosamente all’etto: pasta all’etto, riso all’etto, zucchero etc. come ai Trii Basei vendevano le sigarette sfuse e uguale era tutto il resto del commercio. Pochi soldi, poco di tutto. Poi i fratelli Tarantola si dividono… ma ci arriviamo dopo.

I negozianti quelli alimentari facevano le consegne, settimanali, cioè spesa di una settimana, nelle cascine. Le famiglie non erano certo come quelle di adesso ma avevano una nidiata infinita di figli, quindi potete pensare a che genere di spesa… e un bel agosto del 1955, tal lì ul nost bùlù, Ul Tarantulin, a fare consegne alimentari ai Casin Funtana, tut bel impumataa, lecà cuma ghe fus pasaa la lengua d’una vaca, con la canottiera. Al vett l’Ana e patapam!!! Al capis pù nagott. L’Ana… da giuvina… la sa faseva nutà. Infatti, aveva tanti corteggiatori. All’Osteria Stùani, i pretendenti della Signora Anna, quando arrivava l’Italo, tanto per tenerlo su un po’ di giri, gli dicevano “Ul galett al po’ insci cuur par rivà a ciapà l’Ana”, e lui rispondeva “Ul galett al leva sù prest!”. (Il soprannome “Galletto” è riferito alla moto che aveva). E dai, e dai… Il 12 ottobre 1959, dopo tanto corteggiare, l’Anna e l’Italo si sposano. Aprono un negozio di alimentari per conto loro in via Grilloni, è dove La Tarantola, perché adesso si declina al femminile, ha il laboratorio di pasticceria. C’era anche il forno per il pane in via Grilloni. Personalmente, sempre io Marco Ballerini, ho dato una mano più volte a l’Italo a tirare fuori le teglie del pane. Quando tornavo presto al mattino, trovavo sul portone l’Italo con il mitico cappello e canottiera o magliettina, anche a meno cinque, e la frase ricorrente era: “Tal chi ul Balerin, dam una man a tirà fora ul pan”. Impagabile. Quindi nello stesso cortile i Tarantola avevano il negozio e il forno. Vuoi non mettere anche un palcoscenico?!?! Nel senso che, ovviamente il palco non c’era, ma i cantanti sì! L’Italo alle ore più improbabili della notte, attaccava serenate a squarciagola. A voi i commenti di chi abitava vicino. Italo è sempre stato innamorato dei suoi “paraggi” come li chiamava lui, ma anche qui non si trovava poi così male. Dall’unione dell’Anna e dell’ Italo, nascono: Marisa 1960, Vittorio 1962, Amalia 1966, Mara 1971. Il nome di Battesimo di Mara è Margherita, l’Anna voleva così, ma l’Italo si era messo in mente di chiamarlo Mario, perché Mara, doveva essere per forza un maschio e voleva con quel figlio ricordare di un caro amico, morto in un incidente con il motocarro, figlio della Pina che abitava nel cortile dove avevano il negozio. Ma la vita stravolge tutto e gli ha regalato una bambina. Mara o Margherita. Il maschio tanto atteso arriva ma tardi, nel 1978, non sapeva se saltare o urlare e mi sa che le ha fatte tutte due ma ha pensato di fare un’altra cosa. Si è messo al telefono, quelli con la rotella, e avrà fatto un centinaio di telefonate, dicendo: Ll’è nasùù, l’è un marsch!” Trach…Giù la cornetta: Erminio. I nomi dei figli sono stati scelti per ricordare persone care.: Marisa, per e giustamente ricordare la prima fidanzata dell’Italo! Dai… chiunque lo farebbe! Intant l’Ana l’era mia gelusa…Vittorio e Amalia invece, ricordano i nonni.

Ha importato da Milano la rosetta. Il panino famoso. Prima non esisteva ad Appiano e dintorni e il pane, tutto, veniva consegnato nei sacchetti di tela che il cliente si portava da casa o lo consegnava al mattino in negozio e veniva riempito dal commesso… l’Anna.  No carta. La carta solo per lo sfuso. Riso pasta zucchero etc. No, assolutamente plastica. È vero anche che prima, non eravamo così schiavi della plastica, si qualcosa c’era ma poco. In televisione c’era ancora la pubblicità della Moplen. E mò?! Moplen! Aveva trovato l’idea dell’immagine coordinata. Aveva pensato a un logo, alla scatola del panettone azzurra con l’immagine e la scritta del negozio, così come i sacchetti del pane grattugiato o dei biscotti – Consegne a domicilio… non c’era Amazon… L’utilizzo del sottovuoto già negli anni 70’, precursore della conservazione dei prodotti. Alla mattina utilizzava l’inerzia termica del forno del pane per cuocere a bassa temperatura, i cibi già cotti da vendere in negozio e mangiare veloce. Aveva anche delle persone che davano una mano… meglio dire che lavoravano con l’Italo. Il Signor Amabile, il Signor Luigi Taiana, un pasticcere raffinatissimo e molto ironico, il Signor Gerosa Giuseppe che ha lavorato tutta una vita con i Tarantola e non ha mai fatto un giorno di malattia. L’impiegata che faceva le paghe diceva: ”ma il Signor Giuseppe la malattia, non l’ha mai fatta!” Il Signor Carluccio fratello di Giuseppe, un caro amico.Come non ricordare, il camioncino, l’Italo e il camioncino assieme. Tutti lo ricordano… anche gli autisti della corriera. Quelli lo ricordano veramente bene. Si fermava ovunque in mezzo alla strada come se niente fosse e quando poi ritornava che tutti erano neri di rabbia, lui arrivava, saliva sul camioncino e un colpo di clacson ti faceva cadere le… braccia. Il clacson era il verso di una Mucca. Amava scherzare e sorprendere. Un Natale, una notte di Natale ha messo un tavolo lungo circa undici metri sul sagrato della chiesa e sopra ci ha steso un panettone lungo, così lo chiamava. Un dolce lungo tutto il tavolo. Tutti quelli che passavano, potevano prendere.

Una sera, da una stalla di Milano, esce l’Italo con un vitello al guinzaglio… cosa fa?!?! Senza se e senza ma, prende il vitello e lo carica sulla moto, il Galletto, con le zampe davanti la pancia sul serbatoio e si avvia a casa. Stranamente viene fermato dalla polizia e gli chiede: ”Ma… scusi… ma…“ L’Italo senza minimamente scomporsi risponde : ”Vu a cà”. Quando qualcuno faceva “na stupidada” la risposta era “Ta faran sindic“. Quando qualcuno diceva che il mondo era cambiato lui rispondeva “Alura tavet pù al gabinett”. Alla signora Pina Guarisco amica di Famiglia, per vedere chi fosse più grasso diceva: “Ma sa cavi i mùdant”…mi spoglio così possiamo confrontare le mutande, sempre a lei diceva “Bub Bub”, per dire che la zuppa che faceva andava bene per il cane. Alla signora Adele, mamma di Maria Rosa moglie di Vittorio, diceva, “che bela tusa che la gà. Che ma la meta via par ul me fioo.” Nel 1956/57 apre l’osteria della cascina di San Bartolomeo, il menu era assolutamente campagnolo: cotechini bolliti e alla brace e un grande pentolone di rame per la polenta. Qualche anno dopo la cascina San Bartolomeo viene acquistata da un industriale milanese e quindi l’Italo e L’Anna decidono di costruire sul terreno del Nonno Materno Vittorio, il ristorante. Questo! Costruito dallo zio Antonio Bof, fratello dell’Anna. Cinquantacinque anni fa, nel 1969 apre il ristorante Tarantola. Poi Vittorio studia alla scuola Alberghiera di Casargo, conosce Luciano Tona e altri ragazzi ai quali sarà sempre molto legato. Riceve in quegli anni un premio come miglior studente. Vittorio rinuncia dicendo che se ci fosse stato il suo compagno Oscar Porro morto precocemente, l’avrebbe vinto lui. La sua passione continua con lo studio personale e la ricerca continua, alcuni dei suoi stimatissimi colleghi sono qui questa sera per cucinare insieme questa occasione importante. Importantissimo è evidenziare che Vittorio è in netta minoranza. Mamma Anna, Mara, Amalia, Maria Rosa che è vero che si occupa della pasticceria ma tutte la sera lo aspetta a casa come faceva l’Italo davanti al portone. “Ah, sei arrivato…”

L’Italo muore il giorno della befana, nel 1984 ma non finisce di stupire. Il giorno del funerale, oltre ad esserci il pienone in chiesa, i bar di tutta la piazza fanno record di incassi.

Questo era, Italo Benito Alfredo Tarantola.

 

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